
Grande Pubblicità, Piccola Sorpresa.
Quando ci si mettono di mezzo il Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collaborazione del Comune di Roma e via dicendo, è naturale girarsi e vedere a perdita d’occhio distese di cartelloni e volantini.
“Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte” è il nome dell’esposizione in questione, nello scenario del Complesso del Vittoriano di Piazza Venezia. Apro e chiudo una parentesi, sebbene mi fossi trovata alla mostra più per osservare allestimento e opere che il loro ‘guscio’, mi ha colpito quanto l’ubicazione degli eventi riesca a sopperire le mancanze delle organizzazioni.
Il complesso del Vittoriano, con i finestroni dall’intelaiatura semplice ma con la vista sulle luci della piazza e le colonne mal celate che fanno spuntare dal cartongesso il capitello, mi hanno realmente distratto dal percorso della mostra e ahimè, da un Picasso un po’ visto e rivisto.
Niente togliere al maestro, s’intende. Le sue linee scomposte e il sarcasmo delle forme spacciate per visi imbronciati che palesemente assumono forme falliche se le guardi bene.
Il problema è voler attirare l’attenzione su un prodotto inedito: il viaggio a Roma; per la verità durato poco più di un anno che ha portato l’artista a confondere lo stile cubista con la prepotenza del ritratto rinascimentale ancora vivo in Italia. Lo chiamo problema perché esclusa la piccola serie di opere nate da questo dilemma artistico, le altre, pur concesse da prestigiose collezioni, sembrano un’accozzaglia di cose messa là per fare colore. Confusionaria e un po’ ingiustificata.
Bello piuttosto l’escamotage delle cornici diverse le une dalle altre, accostate per dislivelli così da creare un gioco divertente per l’occhio.
La sala più rappresentativa della mostra (e la più piccola) è quella che ci presenta “L’Arlecchino” che dà il nome all’esposizione, dalle forme dolci e i colori tenui. Un volto melanconico e le pezze del vestito stranamente in ordine geometrico.
Dirimpettaia è “L’Italiana “, fanciulla della Roma degli anni Venti, un po’ popolana un po’ contessa, con una cesta di frutta in mano ma l’abito elegante mentre, alle sue spalle, il cupolone fa capolino. Scusando il gioco di parole.
E poi un inconfondibile orecchio che spicca dalla composizione, tutto cubista, che si fa largo tra i colori caldi dell’arancio,del giallo e del rosso e le spennellate nere.
Due figure completamente diverse. Una triste, l’altra esplosiva. Dipinte quasi in contemporanea(nel ’17 dallo studio di via Margutta nel quale Picasso lavorava durante il suo soggiorno a Roma), mentre il suo conflitto interno si batteva per la scelta di segni melodici, quelli dell’arte classica e del corpo nella sua forma perfetta e il caos di segni, il cubismo di cui è diventato primo portavoce.
L’esposizione, disposta per la maggior parte su uno stesso livello ma con molte sale separate, è organizzata cronologicamente(1917-1921;1925-1931;1932-1935; 1935-1937 ). Lo spettatore percorre una sorta di catarsi e per quanto il procedimento sia inverso in questo contesto, piacevole durante le salette più anguste, da capogiro e spersonalizzante una volta arrivati al salone finale, l’idea di Alessandro Nicosia (Comunicare Organizzando) è interessante. La cosa che ha lasciato un po’ spiazzate la mia compagna di percorso e me è il tentativo di voler riempire gli spazi con tutto quello che era a disposizione. E’ altrettanto vero che render merito ad un artista così poliedrico è una volontà di cui non si può fare a meno, geniale solo se studiata bene.
Soprattutto per quanto riguarda la sala finale: sezionata in nicchie, negli anfratti delle quali si capita un po’ per caso, saltando qua e là tra una fiumana di gente e l’altra.
Molto bello, soprattutto da un punto di vista architettonico e di design, il corridoio quadrangolare che domina il salone dal piano di sopra. Ci si arriva attraverso una scalinata luminosa di bell’effetto ed è circondato da un davanzale alto di plexiglas. Quando classico e contemporaneo convivono senza picchiarsi è sempre un bello spettacolo.
Le opere che troviamo sono ulteriori paradossi in termini: da un lato all’altro del percorso coabitano la “Suite Vollard” , lavoro magnifico su committenza, 100 incisioni che dovevano decorare gli spazi di proprietà del gallerista ed editore da cui prende il nome l’opera, che però non ne vide la conclusione per la morte improvvisa, e le opere del ’36, in piena guerra civile spagnola, che hanno perso la goliardia del piano di sotto e acquistano il gusto di Guernica.
Uscita un po’ delusa, mi accorgo adesso, nel ricomporre i pensieri, che la mostra ha un suo perché, per quanto in queste cose si vada molto a gusto personale. Credo esista un nesso che lega l’esposizione ma sinceramente mi sfugge. In fondo un po’ come per Picasso: o si fa finta di capirlo e si ama o si ignora completamente la sua follia e ci si limita ad osservarlo inclinando la testa come gatti perplessi.