sabato 13 dicembre 2008

Le acque si sono calmate..



l'isola tiberina:



Il 12 dicembre 2008 sarà ricordato come una specie di "day after tomorrow".
Da quarant'anni a Roma non si registrava un livello così alto del fiume che ha rischiato l'esondazione.
La quantità ingente di precipitazioni degli ultimi giorni che ha provocato l'innalzamento del Tevere, ha interessato soprattutto alcune zone: Ponte Milvio e tutta la conca che lo circoscrive e in particolar modo l'isola Tiberina che è stata in parte sommersa.
Il "Fate Bene Fratelli" si è visto quasi obbligato a far evacuare i propri pazienti anche se fortunamente il livello dell'acqua è calato e la situazione sembra migliorare costantemente. L'idea di trasferire i ricoverati di un ospedale mi è sembrato raccapricciante.

Per non parlare del mio isolamento di ieri notte in quel di Prati. Lungotevere, Muro Torto e Tangenziali inaccessibili e nessun amico vicino per condividere la tranquillità di quell'isoletta circondata dall'acqua. Un bel venerdì sera a casa.




venerdì 12 dicembre 2008

Le visioni interiori.di Bill Viola



Per compensare la pessima pubblicità fatta alla retrospettiva dedicata a Picasso, approfitto per fare un appunto e commentare, al contrario, un entusiasmante Bill Viola al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale.
Un percorso di video installazioni di cui Viola è precursore e maestro eccelso, una traccia che si compie per più della metà in totale silenzio: deducendo la simbologia, capendo senza che nessuno possa spiegarti, ancora meglio conoscendo la poetica e la forte ispirazione spirituale dell’artista che prende spunto da tutte le confessioni religiose.
Si passa da una rivisitazione della deposizione del Cristo, lenta ma sorprendente come un’esplosione di fasci muscolari che fuoriescono da un pozzo, alla meditazione buddista della “Catherine’s room” che ritrae quattro momenti di una tipica giornata del soggetto; dallo yoga alla meditazione zen, dall’ora dello studio a quello del riposo.
L’altra metà della mostra invece è di più ampio respiro, dando la possibilità agli sguardi straniti dei visitatori di trasformarsi in quattro chiacchiere.
Le parole però si smorzano nuovamente di fronte alla gigantesca “The Greeting”, una lettura moderna di un’opera del Pontorno (L'Annunciazione).
Sconvolgente la lentezza con la quale due donne si incontrano e si salutano formalmente, momento interrotto dall’arrivo di un'altra donna che si avvicina ad una delle due e le sussurra all’orecchio una richiesta d’aiuto:”Help me, you are the one who can understand”. Accortezza enfatizzante il volume alto ma il lento modo di scandire ogni parola. Quasi a ricordare in metafora l'avvento dell'arcangelo Gabriele che parla a Maria:"tu sei l'unica che può capire".
La mostra è interamente curata dalla moglie Kira Perov, conosciuta durante una collaborazione artistica e sua compagna dal 1980.
Viola è nato nel 1951 a New York e attualmente vive e lavora a Long Beach, in California.

venerdì 7 novembre 2008

Blocco Studentesco Vs Collettivo









Mattinata nera in piazza Navona. Doveva essere sede di dialogo e confronto, invece si sono viste solo spranghe ornate in tricolore e giù botte.
Fa rabbia vedere strumentalizzata la politicizzazione di giovani studenti che sanno ancora così poco della vita. Si erano trovati là più per malmenarsi che per risolvere il problema delle loro scuole, della formazione che nel loro, nel nostro Paese conta tanto.
Ignorano che ben presto gli servirà molto altro, molto più del coraggio a metà, con un piede in attacco e l’altro pronto a fuggire, dimostrato in piazza sotto lo sguardo di pietra del tritone del Bernini.
Estrema destra, Estrema sinistra. Non resta che fingere di non distinguerli neanche, sorridere solo del fatto che gli uni (teste rasate) si differenziano dagli altri (capelloni) giusto dalle acconciature. Il resto è sconcerto.
Comunicazione e Protesta sono andate di pari passo nella storia.
Per difendersi. Per farsi sentire. Per prevaricare. Per affascinare o convincere.
L’urlo ha sempre avuto fascino rispetto al bisbiglio e alla parola incerta.
Per questo non demonizzo. Anzi.
Ma è nel momento in cui il dissenso si colora di intimidazioni e violenza che il carisma dei leader sfuma e restano gli spettacoli raccapriccianti come quello di pochi giorni fa, uno obbrobrio che probabilmente continuerà a verificarsi (soprattutto se le forze dell’ordine decideranno di intervenire un po’ a loro piacimento, in ritardo? Disattenti? ndr).
Mai giudicare però, specialmente quando non si è presenti. Io infatti non c’ero, lontana e dalla manifestazione anti-riforma Gelmini ( che forse tanto male non è. Il 7 in condotta magari non ferma questi delinquenti ma almeno li disturba) e dall’orrore di due fazioni che ai tempi di guelfi e ghibellini se non altro si vestivan colorati e sembrava una festa.

venerdì 31 ottobre 2008

“Datemi un museo e ve lo riempirò”. Cit. P. Picasso. Poliedrico di mille colori,come Arlecchino.




Grande Pubblicità, Piccola Sorpresa.
Quando ci si mettono di mezzo il Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collaborazione del Comune di Roma e via dicendo, è naturale girarsi e vedere a perdita d’occhio distese di cartelloni e volantini.
“Picasso 1917 – 1937 L’Arlecchino dell’arte” è il nome dell’esposizione in questione, nello scenario del Complesso del Vittoriano di Piazza Venezia. Apro e chiudo una parentesi, sebbene mi fossi trovata alla mostra più per osservare allestimento e opere che il loro ‘guscio’, mi ha colpito quanto l’ubicazione degli eventi riesca a sopperire le mancanze delle organizzazioni.
Il complesso del Vittoriano, con i finestroni dall’intelaiatura semplice ma con la vista sulle luci della piazza e le colonne mal celate che fanno spuntare dal cartongesso il capitello, mi hanno realmente distratto dal percorso della mostra e ahimè, da un Picasso un po’ visto e rivisto.
Niente togliere al maestro, s’intende. Le sue linee scomposte e il sarcasmo delle forme spacciate per visi imbronciati che palesemente assumono forme falliche se le guardi bene.
Il problema è voler attirare l’attenzione su un prodotto inedito: il viaggio a Roma; per la verità durato poco più di un anno che ha portato l’artista a confondere lo stile cubista con la prepotenza del ritratto rinascimentale ancora vivo in Italia. Lo chiamo problema perché esclusa la piccola serie di opere nate da questo dilemma artistico, le altre, pur concesse da prestigiose collezioni, sembrano un’accozzaglia di cose messa là per fare colore. Confusionaria e un po’ ingiustificata.
Bello piuttosto l’escamotage delle cornici diverse le une dalle altre, accostate per dislivelli così da creare un gioco divertente per l’occhio.
La sala più rappresentativa della mostra (e la più piccola) è quella che ci presenta “L’Arlecchino” che dà il nome all’esposizione, dalle forme dolci e i colori tenui. Un volto melanconico e le pezze del vestito stranamente in ordine geometrico.
Dirimpettaia è “L’Italiana “, fanciulla della Roma degli anni Venti, un po’ popolana un po’ contessa, con una cesta di frutta in mano ma l’abito elegante mentre, alle sue spalle, il cupolone fa capolino. Scusando il gioco di parole.
E poi un inconfondibile orecchio che spicca dalla composizione, tutto cubista, che si fa largo tra i colori caldi dell’arancio,del giallo e del rosso e le spennellate nere.
Due figure completamente diverse. Una triste, l’altra esplosiva. Dipinte quasi in contemporanea(nel ’17 dallo studio di via Margutta nel quale Picasso lavorava durante il suo soggiorno a Roma), mentre il suo conflitto interno si batteva per la scelta di segni melodici, quelli dell’arte classica e del corpo nella sua forma perfetta e il caos di segni, il cubismo di cui è diventato primo portavoce.
L’esposizione, disposta per la maggior parte su uno stesso livello ma con molte sale separate, è organizzata cronologicamente(1917-1921;1925-1931;1932-1935; 1935-1937 ). Lo spettatore percorre una sorta di catarsi e per quanto il procedimento sia inverso in questo contesto, piacevole durante le salette più anguste, da capogiro e spersonalizzante una volta arrivati al salone finale, l’idea di Alessandro Nicosia (Comunicare Organizzando) è interessante. La cosa che ha lasciato un po’ spiazzate la mia compagna di percorso e me è il tentativo di voler riempire gli spazi con tutto quello che era a disposizione. E’ altrettanto vero che render merito ad un artista così poliedrico è una volontà di cui non si può fare a meno, geniale solo se studiata bene.
Soprattutto per quanto riguarda la sala finale: sezionata in nicchie, negli anfratti delle quali si capita un po’ per caso, saltando qua e là tra una fiumana di gente e l’altra.
Molto bello, soprattutto da un punto di vista architettonico e di design, il corridoio quadrangolare che domina il salone dal piano di sopra. Ci si arriva attraverso una scalinata luminosa di bell’effetto ed è circondato da un davanzale alto di plexiglas. Quando classico e contemporaneo convivono senza picchiarsi è sempre un bello spettacolo.
Le opere che troviamo sono ulteriori paradossi in termini: da un lato all’altro del percorso coabitano la “Suite Vollard” , lavoro magnifico su committenza, 100 incisioni che dovevano decorare gli spazi di proprietà del gallerista ed editore da cui prende il nome l’opera, che però non ne vide la conclusione per la morte improvvisa, e le opere del ’36, in piena guerra civile spagnola, che hanno perso la goliardia del piano di sotto e acquistano il gusto di Guernica.

Uscita un po’ delusa, mi accorgo adesso, nel ricomporre i pensieri, che la mostra ha un suo perché, per quanto in queste cose si vada molto a gusto personale. Credo esista un nesso che lega l’esposizione ma sinceramente mi sfugge. In fondo un po’ come per Picasso: o si fa finta di capirlo e si ama o si ignora completamente la sua follia e ci si limita ad osservarlo inclinando la testa come gatti perplessi.

venerdì 17 ottobre 2008

Il cas(in)o Alitalia


La prima reazione è stata un tumulto di applausi, slogan e ovazioni. I dipendenti di Alitalia hanno festeggiato di fronte al ritiro dell'offerta della Cai per l’acquisto della compagnia di bandiera; all'annuncio fatto dai sindacalisti sono tornati i sorrisi sui visi delle hostess. L’aeroporto di Fiumicino è stato assediato da circa un migliaio di dipendenti e al passaggio delle telecamere volti da starlette si sono fatti avanti. Alcuni adesso li potremo perfino scovare su qualche giornaletto da parrucchiera. A dimostrazione del fatto che, ancora una volta, la comunicazione invasiva della televisione odierna ha alterato il flusso naturale degli eventi. In grado di veicolare contenuti talvolta poco "convenzionali" e politicamente corretti. Dopo risate e schiamazzi è la volta delle manifestazioni di protesta: "Meglio falliti che in mano a 'sti banditi'' il motto più famoso, quello che si sente nella registrazione trovata tra tante simili su Youtube. Gridato per le strade di Roma e Milano, arene caotiche di uno scorcio di questa Italia sempre più scombussolata. Ci si chiede cosa ci sia da esser contenti di fronte ad una situzione così grave ma proprio perchè estrema, tanto vale giustificare. A volte si può perdere il senno.

Untitled (Yellow, Pink and Lavander on Rose)


“Che ci vuole? Saprei farlo anch’io”.
Che bizzarro modo per sembrare totalmente inesperto. Sarebbe meglio ammetterlo e farla finita.
Perché se un Mark Rothko 204x141 cm è stato battuto per la cifra record di 72,84 milioni di dollari da Sotheby's a New York, vuol dire che un qualunque inetto non potrebbe dipingerlo.
Protagonista dell’espressionismo astratto degli anni Quaranta, spopola di figure le sue tele e le riempie di colore. Alla ricerca continua di quello che chiama Assoluto, lo fa con forme semplici accostando grandi zolle di olio spesso separate da un limbo, una fascia centrale che le interrompe. Sembra voglia porsi come obiettivo una catarsi, il passaggio da una fase (lilla) all’altra (ocra).
L’arte contemporanea decide di rimanere elitaria, incomprensibile per chi non vuole soffermarsi, una frammento della nostra cultura che se da una parte rimane inesplosa ed oscura, dall’altra, snob com’è da sempre, si nasconde, si offre solo a pochi.
Per questo non è poi così difficile capire il punto di vista polemico di chi invece è appassionato, che si vede obbligato a violentarsi con frasi del genere, sentendole tra i bisbigli, durante il percorso del grande evento dell’anno scorso al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Esiste un elemento che si ignora, quello della Poetica che l’artista attribuisce all’opera: un elemento che soprattutto nel contemporaneo concede scorci fondamentali per la lettura.
Mi rendo conto che la questione sia più viva in Italia, Paese di grandi maestri della pittura e della scultura come Caravaggio e Michelangelo, occhio abituato a linee morbide e proporzioni perfette. Gli artisti di oggi invece puntano ad attirare l’attenzione e solo una volta catturata decidono di aprire lo scrigno segreto e spiegare i perché. Abbinamenti di tinte o composizioni apparentemente banali.
Vale la stessa cosa per la poesia se pensiamo al passaggio che i lettori hanno dovuto subire dalla ricchezza di Dante Alighieri allo stile ermetico e penetrante di Ungaretti o Montale. Mi sembra che si parli esattamente dello stesso trapasso. Eppure…
La prima volta che sono rimasta affascinata da Rothko è stata a New York. Dieci giorni prima, in una commedia americana, mi aveva divertito una Uma Thurman imbarazzata di fronte ad una tela gigantesca del suo pittore preferito, messa lì, vicino alla sua cena da un affascinante restauratore.
Vedere lo stesso quadro del film, a distanza di poco tempo, su una parete del MoMA è stato un po’ come incontrare un attore famoso, seduto sulla metro davanti a te. Te lo immagini diverso, magari più alto, finchè ti accorgi, mentre lo spii, che certi particolari che attraverso lo schermo ti eri perso, lo rendono più intrigante.
In America idolatrato, in Italia incompreso. Ma si sa, non si può piacere a tutti, soprattutto se si è geniali.
Dico il vero, forse anche io non lo amerei se non mi fossi documentata, per questo inserisco un piccolo stralcio del suo pensiero, così da sperare, magari invano, di incuriosire qualcun altro:
“potrei dimostrare quanto io non sia un artista astratto. Non mi interesso dei rapporti di forma e colore o qualsiasi altra cosa del genere. Mi interessa solo esprimere le più fondamentali sensazioni umane, tragedia, estasi, fatalità e cose simili. Il fatto che molti uomini dinanzi ai miei quadri crollino e si mettano a piangere dimostra che io sono in grado di dare espressione alle fondamentali sensazioni umane.. è come compiere la stessa esperienza religiosa che io compio quando li dipingo. Se vi soffermate solo ai loro rapporti cromatici, allora vi sfugge l’essenziale; il colore è solo un mezzo” .
Il passaggio che gli occhi fanno dalle parti inferiori a quelle alte, ai vertici delle sue tele numerate, senza nome né segni di riconoscimento, ci obbliga a passare attraverso l’intermezzo che le separa, una fase di cui Rothko parla come di una trasmigrazione dell’anima una volta morti. Dopo c’è solo tutto quel colore intenso che avvolge come musica da camera.
Sindrome di Stendhal? Forse.
Se si guarda troppo, credo si possa perfino correre il rischio di rimanere di pietra.











sabato 11 ottobre 2008



"Come mai tutto questo traffico stamattina?"